Uno stimato professore privato (l’Uomo) si trova inaspettatamente costretto a tentare ogni espediente pur di gettare la propria amante (la Virtù) tra le braccia del brutale marito (la Bestia), per coprire l’imprevista gravidanza di lei.
Già ci aspetteremmo dall’autore una prevedibile filippica sull’ipocrisia borghese; invece è proprio qui che Pirandello, ancora una volta, ci sorprende: nessuna pesantezza, nessuna remora ad accettare fino in fondo il gioco della farsa; e nelle parole del protagonista sembra quasi di sentire un Pirandello che rifà scherzosamente il verso a sé stesso, parafrasando battute di “Liolà” (“Guarda: è come se tu avessi una terra e la lasciassi abbandonata…”) o anticipando in chiave comica ciò che nei “Sei personaggi” avrà ben altro peso (“Ti pare forse che io, quello che io sono, sia tutto qua…?”).
La commedia, più che dalla situazione, trae la sua forza da un personaggio particolarmente riuscito, quello di Paolino. Il protagonista ha un così alto concetto di sé, e parallelamente prova tanto disprezzo nei confronti di tutti gli altri e della loro supposta meschinità, che può arrivare a toccare il fondo più nero del compromesso morale, senza essere neppure sfi orato dal dubbio, anzi, riuscendo perfino a teorizzare l’indiscutibile positività del suo agire.
E’ su quest’arte, che ognuno di noi conosce altrettanto bene, su quest’arte e non sull’ormai “scontata” ipocrisia borghese, che la commedia ci invita a riflettere.