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L'uomo, la Bestia e la Virtù

di Luigi Pirandello

Uno stimato professore privato (l’Uomo) si trova inaspettatamente costretto a tentare ogni espediente pur di gettare la propria amante (la Virtù) tra le braccia del brutale marito (la Bestia), per coprire l’imprevista gravidanza di lei.

Già ci aspetteremmo dall’autore una prevedibile filippica  sull’ipocrisia borghese; invece è proprio qui che Pirandello, ancora una volta, ci sorprende: nessuna pesantezza, nessuna  remora ad accettare fino in fondo il gioco della farsa; e nelle parole del protagonista sembra quasi di sentire un Pirandello che  rifà scherzosamente il verso a sé stesso, parafrasando battute  di “Liolà” (“Guarda: è come se tu avessi una terra e la lasciassi  abbandonata…”) o anticipando in chiave comica ciò che nei  “Sei personaggi” avrà ben altro peso (“Ti pare forse che io, quello che io sono, sia tutto qua…?”).

La commedia, più che dalla situazione, trae la sua forza da  un personaggio particolarmente riuscito, quello di Paolino. Il  protagonista ha un così alto concetto di sé, e parallelamente prova tanto disprezzo nei confronti di tutti gli altri e della loro supposta meschinità, che può arrivare a toccare il fondo più nero del compromesso morale, senza essere neppure sfi orato dal dubbio, anzi, riuscendo perfino a teorizzare l’indiscutibile positività del suo agire.

E’ su quest’arte, che ognuno di noi conosce altrettanto bene, su  quest’arte e non sull’ormai “scontata” ipocrisia borghese, che la commedia ci invita a riflettere.

Documento creato il 03/04/07 - Ultimo aggiornamento il 20/02/10
L'uomo, la Bestia e la Virtù  
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