Una stanza che non è una stanza, un cameriere che non è un cameriere. Garcin, Ines ed Estella non trovano interruttori per spegnere la luce, né letti per riposare ed evadere da una realtà soffocante, né specchi per vedersi. Possono ritrovare la propria immmagine solo "specchiandosi" l'uno negli occhi dell'altro. Indagando, fino a scoprire le radici delle colpe che ciascuno si porta dentro.
Non ci sono strumenti di tortura fisica in quello strano inferno: ognuno dei tre scopre che la propria condanna consiste nell'essere perpetuamente giudicato dagli altri due, ognuno è destinato ad essere per sempre giudice - boia - vittima degli altri due.
Il gioco al massacro potrebbe interrompersi all'aprirsi improvviso dell'unica porta, ma nessuno uscirà (per andare dove?). Ormai un legame indissolubile li tiene uniti: Estella desidera Garcin, questi vuole Ines e Ines Estella. Ma proprio nella negazione totale di ogni possibile rapporto sta la loro condanna. In eterno.
Uno dei temi fondamentali della filosofia sartriana è l'impossibilità di una relazione positiva con gli altri. Tale affermazione sancisce l'estraneità assoluta tra gli esseri viventi, per cui l'inferno è qui sulla terra, in un'insuperabile solitudine. Ma proprio dal baratro del pessimismo Sartre lancia una sfida al destino dell'uomo: se è vero che ogni esistenza è condizionata dalla presenza degli altri, è altrettanto vero che tutti gli altri uomini sono fondamentali per ciascun individuo.